Mi tracci? Ma quanto mi tracci?

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Roma - Aprire il browser, effettuare una ricerca, cliccare su un link. Basta navigare per finire schedati, classificati e indicizzati, per trasformarsi da individui a semplici numeri, per diventare merce monetizzabile e non essere più comuni cittadini della rete. A svelare come e soprattutto quanto sappiano dei netizen le web company ci ha pensato uno studio, commissionato dal New York Times, che solleva il velo su numeri per certi versi inaspettati.

Nonostante i roboanti propositi del suo CEO Eric Schmidt, che pensa ad un futuro dove Google sarà in grado di prevedere e prevenire i desideri e i bisogni dei suoi utenti, non è l'azienda di Mountain View quella che raccoglie il maggior numero di informazioni sui navigatori. La maglia nera della curiosità se l'aggiudica Yahoo!: il portalone esegue ogni mese su ciascuno dei propri utenti non meno di 2.520 operazioni, tutte tese a carpirne gusti, abitudini, preferenze e via dicendo. E lo fa ogni volta che transitano sui suoi server o visualizzano la sua pubblicità.

 

they know more than you think

 

Google non compare neppure al secondo posto, occupato da MySpace (News Corp) con 1.229 operazioni ogni 30 giorni. E BigG non guadagna neppure la medaglia di bronzo: se l'aggiudica invece Time Warner (AOL), grazie a 610 episodi per utente legati all'associazione di informazioni provenienti da sito e pubblicità. Per Schmidt e il suo motore c'è solo il quarto posto, con informazioni carpite 578 volte ogni ciclo lunare, tallonato da Facebook (525), mentre più staccate risultano Microsoft (355), Ebay (201) e Amazon (87).

Fanalino di coda dello studio comScore è Wikipedia, che raccoglie informazioni personali appena 16 volte al mese sui suoi navigatori. Tra i "virtuosi" figurano pure i cosiddetti media tradizionali, vale a dire New York Times (45), NBC Universal (38) e Condé Nast Publications (34). A "penalizzare" questi ultimi è soprattutto la mancanza di un network pubblicitario come quello di Yahoo! e Google, vera miniera d'oro di informazioni: queste ultime non arrivano solo dalle ricerche effettuate o dai video visualizzati, ma anche (e in maniera tangibile) dalle informazioni raccolte grazie alla presenza dei banner sparsi in tutta la rete.

 

data collection point

 

Non stupisca poi se le quantità di dati che entrano in possesso di News Corp attraverso MySpace siano più del doppio di quelle ottenute da Google che vanta il doppio degli utenti: cambiando il tipo di servizio, cambia il modo in cui i navigatori utilizzano le risorse a loro disposizione, e dunque cambiano pure le fonti a cui è possibile attingere per raccogliere i dati necessari a costituire le banche dati su cui strutturare le campagne di behavioral advertising, che sempre più sono la priorità dei player del settore.

Ed è proprio questa capacità di sapere tutto (o quasi) dei propri utenti che rende certi social network uno dei bocconi più invitanti sia per chi vende spazi pubblicitari in rete, sia per chi vuole acquistarne. In un mercato in cui la verticalizzazione della pubblicità sembra il trend che va affermandosi, non conta tanto il numero di navigatori che transitano su un dominio, quanto piuttosto la garanzia che appartengano tutti ad una determinata categoria di consumatori potenzialmente interessati al prodotto reclamizzato.

Ma se di santo graal del marketing si tratta, non sono dello stesso parere i consumatori/navigatori: la stragrande maggioranza dei cittadini californiani, ad esempio, ritiene che il tracciamento delle proprie abitudini online sia una attività troppo invasiva, che lede la privacy e che andrebbe dunque vietata o limitata. Le aziende, dal canto loro, tentano di destreggiarsi tra comunicati e consensi informati: ma resta la possibilità che prima o poi qualche legislatore decida di porre alcuni paletti all'abbuffata di dati personali online.


fonte: punto-informatico

 

 

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